|
José Arregui
Gesù oggi
Cristologia in un
mondo secolarizzato
Collana “Ciottoli dal torrente”
«Davide si scelse cinque lucidi ciottoli e li pose nel suo sacco da pastore e nella tasca poi, con la sua fionda in mano, si avviò verso il filisteo...» (1Sam 17,40).
Abbiamo chiamato
“ciottoli” i volumi di questa collana in riferimento alla loro mole ridotta e
in particolare perché – a somiglianza dei sassi utilizzati dal Davide biblico –
non vorrebbero mancare il loro obiettivo. Che non sono le persone... Non
intendiamo, infatti, colpire nessuno, ma solo contribuire a far cadere qualche
vecchio bastione o, se si preferisce un’immagine cara a Gesù, spaccare qualche
otre vecchio perché non più in grado di contenere il vino nuovo. Al di là delle metafore,
il nostro intento è quello di offrire, in poche pagine, validi apporti di
carattere teologico o contributi a una crescita del pensiero umano. Non sempre le opere
ponderose sono indispensabili alla nostra cultura. Spesso succede che una
piccola opera ci regali almeno un’idea luminosa che non abbiamo trovato in
quelle grandi. Ecco, dunque, l’idea di
una collana di agili volumetti che rispondano al bisogno di conoscenza su
alcuni temi aperti della teologia, della spiritualità e di alcune problematiche
esistenziali. I nostri “ciottoli”
mirano all’essenziale delle questioni che di volta in volta vengono affrontate,
senza la pretesa di dire tutto, o di dirlo ex cathedra. L’auspicio è che siano
ben accolti anche se, arrivando a segno, possono produrre qualche
arrossamento”...
INDICE
Introduzione
INTRODUZIONE
1. La parola secolarizzazione si è rivelata confusa ed
equivoca sin dall’inizio, e continua ad esserlo anche oggi. Significava
all’origine il passaggio dei beni ecclesiastici in mano ai “secolari” o in mano
agli Stati. Poi il termine fu inteso in doppio significato: per alcuni
designava la fine della tutela sociale e culturale esercitata dall’istituzione
religiosa; per altri significava la scomparsa di ogni religione, lo
“svegliarsi” radicale e definitivo del mondo, il generalizzarsi della
non-credenza o dell’indifferenza religiosa radicale. A questo punto, “mondo
secolarizzato” vuol dire per alcuni “mondo non subordinato all’istituzione
religiosa” e, per altri, “mondo irreligioso” o “areligioso”.
2. Al contrario di ciò che molti avevano pronosticato, il
nostro mondo non è diventato irreligioso, però è vero che si è trasformata
radicalmente la presenza pubblica dell’istituzione religiosa. Non solo alcuni
beni ecclesiastici, ma quasi tutti i settori importanti della vita personale,
sociale e culturale – scienza, economia, politica, diritto, Stato, educazione,
famiglia, arte – sono sfuggiti al controllo diretto esercitato dalla religione.
Non viviamo in una cultura totalmente priva d’interesse religioso, ma di certo
in una cultura ampiamente emancipata dall’istituzione religiosa, più
concretamente da quella cristiana..
3. Facendone l’applicazione alla cristologia, bisogna
affermare che “secolarizzazione della cristologia” vuol dire “de-istituzionalizzazione”
della figura di Gesù come Cristo: flessibilizzazione del dogma, diversificazione delle
prospettive, pluralizzazione delle visioni. L’interesse per il Cristo non è
scomparso, ma non è più regolato dall’istituzione cristiana ufficiale; Gesù resta
vivo, non però sotto il controllo del cristianesimo istituzionale; la storia,
il messaggio e la persona di Gesù rimangono attuali nel mondo inquieto e
minacciato di oggi, ma questa attualità non è governata dalla struttura
ecclesiastica.
4. “Secolarizzazione della cristologia” significa, dunque,
che lo stesso mondo d’oggi, con la sua rintronante varietà e con le sue ferite
aperte, si erige a soggetto della ricerca e della riscoperta del messianismo di
Gesù. Il mondo in quanto tale non è solamente lo spazio e il destinatario del
messaggio di fede in lui, ma anche il soggetto e il profeta del suo vangelo,
della sua nuova presenza, della sua memoria scomoda e piena di speranza. Le
grida del mondo sono grida messianiche: grida del Messia e grida al Messia,
invocazioni di dolore al Messia e messaggi di speranza del Messia. La
cristologia deve partire da come si presenta il mondo d’oggi, o l’oggi del
mondo; non potrà annunciargli la speranza messianica senza ascoltare le sue
voci messianiche.
5. Da quanto precede derivano gli interrogativi che
faranno da guida a queste pagine: cosa chiede a Gesù il mondo “secolarizzato” e
sofferente d’oggi? Quali parole e che richiami ci rivolge il Cristo dalle
viscere stesse del mondo d’oggi? E quali nuovi profili acquista la figura di
Gesù in un tempo di crisi radicale del cristianesimo istituzionale,
dell’autorità e del dogma? Sullo sfondo di queste domande, voglio sottolineare
nove tratti fondamentali della cristologia attuale legati ad altrettante
caratteristiche del nostro mondo “secolarizzato”:
1) una cristologia credibile e ragionevole, in una
cultura moderna e postmoderna o ultramoderna”;
2) una cristologia storica e messianica,
corrispondente alla vita piena di speranza e messianica del Gesù storico;
3) una cristologia “reinventrice” di Dio, in
un’epoca di crisi radicale dell’immagine tradizionale di Dio;
4) una cristologia espropriata e condivisa, in
accordo con la fine del diritto ecclesiastico di proprietà esclusiva su Gesù;
5) una cristologia ermeneutica e pratica, in
consonanza con il carattere ermeneutico e pratico di ogni accesso alla verità;
6) una cristologia femminista e liberatrice,
sensibile alle critiche e alle proposte delle teologie femministe;
7) una cristologia cosmologica, in armonia con la
fine dell’antropocentrismo e l’instaurazione di un nuovo paradigma
cosmocentrico;
8) una cristologia della salvezza come liberazione
integrale, oltre la tradizionale nozione espiatoria e puramente religiosa
della salvezza;
9) una cristologia dialogica e interreligiosa, in
sintonia con la specificità di Gesù e con il pluralismo religioso.
«È necessario ritornare a scrivere i vangeli», ha
scritto J.L. Segundo. Proprio così. È necessario ritornare a scriverli dai
segni dello Spirito e del Regno nel mondo d’oggi. Leggere è rileggere.
Ricordare è rivivere. Proclamare è rinnovare. È necessario ritornare a scrivere
incessantemente la cristologia nel mondo e dal mondo, perché accresca
la speranza.
I.
UNA
CRISTOLOGIA CREDIBILE E RAGIONEVOLE
«Dare ragione della speranza» (1Pt 3,15). La
situazione secolarizzata del mondo chiede urgentemente ai cristiani questo compito
essenziale: coniugare nuovamente i due termini, la ragione e la speranza.
Perché la ragione non si chiuda su se stessa e non diventi distruttiva. Ma anche
perché la speranza non diventi sterile e vana, facendosi muta.
Né una speranza senza ragione, né una ragione senza
speranza. Né una ragione senza conforto, né un conforto senza ragione. Il
conforto viene dalla speranza, però la speranza non sussiste senza ragioni. La
ragione deve aprirsi alla speranza e la speranza deve alimentarsi di parole
nuove e di nuove ragioni per sperare.
«Cristologia credibile e ragionevole» non significa
una cristologia «entro i limiti della ragione», bensì una speranza che conduce
la ragione ad essere cosciente del suo limite. Non però per negare la ragione,
ma per affermarla oltre se stessa e per farla rinascere continuamente a nuovi
desideri.
«Cristologia credibile e ragionevole» significa,
negativamente, una cristologia che non contraddice la ragione e, positivamente,
una cristologia coerente con l’orizzonte di una ragione sempre aperta.
a) Non contro la ragione. «Osa sapere», è
stato il motto di Kant agli albori della modernità e della secolarizzazione,
non con l’intento di eliminare il cristianesimo, ma anzi di salvarlo da uno dei
suoi maggiori nemici: il dogmatismo autoritario. Un dogmatismo autoritario che,
per secoli, aveva seminato in Europa sangue e morte in nome della vera fede in
Dio e in Gesù, il Salvatore. Aberrante.
Solo la mediazione di una ragione matura e dialogante
poteva evitare alla religione di incorrere nel fanatismo e nella violenza. Ci
furono molti cristiani chiaroveggenti che accettarono la sfida. Uomini come
F.D.E. Schleiermacher (1768-1834), profondamente credente e profondamente
critico, pio e moderno ad un tempo, che H. Küng considera «l’Origene, il
Tommaso d’Aquino, il Lutero della modernità», poiché seppe ritradurre – non senza lacune, com’è
naturale – l’insieme del messaggio cristiano nel nuovo linguaggio della ragione
moderna. Però la reazione delle Chiese, soprattutto della Chiesa cattolica
romana, fu di difesa e di condanna, sia in rapporto alle varie acquisizioni
della modernità, sia dinnanzi ai vari tentativi di conciliazione tra
fede cristiana e modernità. Volendo e credendo, senza dubbio, di salvare la fede
cristiana, l’hanno circondata di mura e di bastioni, ma da allora e sin qui
hanno ottenuto solo il contrario di quello che pretendevano: hanno impedito di
entrare a quelli di fuori e hanno spinto a uscire molti di quelli di dentro.
Molti – la maggioranza? – di coloro che cercavano una ragione piena di speranza
e una speranza ragionevole si sono convinti, a volte con sincero dispiacere e a
volte con intimo sollievo, che cristianesimo e modernità sono incompatibili.
Potranno continuare a essere cristiani soltanto i nostalgici della
premodernità, i risentiti della modernità e gli insediati nella postmodernità
neoliberale?
Il cristiano che crede in Gesù lo fa con la ragione,
non senza di essa; grazie alla ragione, non a dispetto di essa. Il cristiano
non cerca e non trova in Gesù le risposte fatte e finite ai suoi interrogativi
umani, né le norme infallibili di condotta per i suoi principi etici, né le
informazioni precise per le sue aspirazioni future. Il cristiano trova in Gesù
il mistero di Dio che trascende ed eccede il sapere, la morale e il desiderio,
e, nello stesso tempo, trova il mistero di Dio che emerge da ciò che è più umano
e contingente della storia nella persona umana di Gesù. Non è necessario, dunque, credere senza ragione né contro la ragione.
La ragione non proviene solo dal basso, né la fede
proviene solo dall’alto. Il cristiano crede con una «fede di ragione». Non crede con una ragione razionalista
(positivista), come non crede con una fede fideista (ugualmente positivista,
poiché dà credito a presunti “dati” del dogma e della tradizione); crede con una ragione che ci mantiene aperti.
b) Una ragione aperta. Oggi non condividiamo
l’ottimismo kantiano circa la ragione. L’Europa secolarizzata e moderna ha
conosciuto al proprio interno e ha commesso al di fuori troppi orrori in nome
della ragione. Far appello a una cristologia ragionevole può essere
anacronistico, oltre che irresponsabile. Dobbiamo appellarci a una ragione critica,
aperta, cosciente del proprio limite, rispettosa del mistero. Non esiste solo
la ragione oggettivante, formale, positivista.
Esiste anche una ragione simbolica, una ragione
estetica, una ragione etica... Dobbiamo affermare l’autentica razionalità della
fede contro un razionalismo positivista senza mistero e contro un soggettivismo
idealista senza storia e senza comunità. Dobbiamo però anche rivendicare la
profonda razionalità della fede in Gesù Cristo contro un fideismo che
identifica troppo le credenze con la fede, e contro un autoritarismo che
identifica troppo le formule dogmatiche o gli insegnamenti del magistero con
l’autorità dello Spirito Santo.
Non possiamo fare a meno di continuare a rivendicare
la mediazione della ragione per dire la nostra fede piena di speranza in Gesù
come Cristo. Perché sia credibile per gli altri e perché sia operante e
terapeutica per noi.
In una delle sue ultime lettere, D. Bonhoeffer
scriveva: «La Chiesa deve uscire dalla sua stagnazione. Dobbiamo respirare di
nuovo l’aria libera del confronto intellettuale con il mondo. Dobbiamo
rischiare perfino di dire cose confutabili, se così otteniamo che siano
dibattute le questioni che hanno importanza vitale. Come teologo “moderno”, che
porta ancora con sé l’eredità della teologia liberale, mi sento obbligato ad
affrontare tali problemi». Bonhoeffer, prigioniero del regime nazista a
Buchenwald, era tutto tranne che un moderno razionalista irresponsabile.
Abbiamo bisogno della sua fede appassionata e impegnata con le esigenze più
nobili della ragione umana: la giustizia e la speranza per tutti, fondate nel
mistero della solidarietà universale di Dio (che altro è per il cristiano il
mistero di Gesù?).
c) La fede di sempre in credenze nuove. La
fede, in ogni persona, in ogni società, in ogni epoca ha le sue condizioni o la
sua cornice di credibilità. Non possiamo credere in Dio e in Cristo se non
nella maniera che risulta credibile a noi oggi, che non necessariamente è la
stessa dei padri o degli eredi della nostra fede. La fede non s’identifica,
certamente, con le credenze, con quello che pensiamo e immaginiamo, ma non
possiamo credere se non appoggiando il nostro atto di fiducia vitale e di
speranza attiva su idee, immagini, parole o “ragioni” che ci risultino credibili,
coerenti, stimolanti e incoraggianti. E le credenze di oggi non
possono essere identiche a quelle di ieri. [...]
Nonostante tutte le opportunità perse, non è mai
tardi per il tempo di Dio, che sempre ricomincia. Esattamente adesso, allorché
non solo le strutture periferiche della Chiesa, ma persino la sostanza della
fede della maggioranza sembra dissolversi senza rimedio, noi cristiani possiamo
aprirci a nuovi vangeli, a nuovi orizzonti cristiani e a
nuove chiese.
Non servirà a nulla impegnarci in una «nuova evangelizzazione»
intesa come «ri-cattolicizzazione» o «ri-romanizzazione». Da una ragione aperta
alla fede, come da una fede accompagnata dalla ragione, noi cristiani d’oggi
dobbiamo essere disposti a riscoprire il mistero di Dio in Gesù, a
“reinventare” o a reincontrare Dio in Gesù e nel nostro mondo . Come Dio inventa il mondo e ci rincontra
senza sosta.
Entra qui per acquistare il libro.
|