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Ariel Álvarez Valdés
Cosa sappiamo della Bibbia?
1
TEMI TRATTATI NEL PRIMO VOLUME
Di
quanti libri è composta la Bibbia?
È
esistita l’arca di Noé?
Il
Dio di Israele era Jahve o Jehova?
Non
c’era posto nell’albergo per Maria?
La
stella di Betlemme era una stella?
Gesù
comandò di amare i nemici?
Perché
Giuda tradì Gesù?
L’uomo
che volle cambiare Dio
Chi
è la Bestia dell’Apocalisse?
Che
cosa dice la Bibbia dell’Anticristo?
È
vero che si salveranno solo 144.000?
Cosa
dice la Bibbia della reincarnazione?
Secondo
la Bibbia, esiste il Purgatorio?
È esistita l’arca di Noè ?
Sull’Ararat
Esiste una montagna che
ha il privilegio di essere molto visitata, scalata, studiata e pubblicizzata
dai mezzi di comunicazione. Si tratta del celebre monte Ararat.
Tutta la sua fama le
viene dal fatto che, secondo la Bibbia, fu il luogo dove si incagliò l’arca
equipaggiata da Noè e dai suoi tre figli, dopo la fine del famoso Diluvio universale,
che pose fine alla vita degli uomini, degli animali e delle piante del pianeta.
L’Ararat è una piccola
catena montuosa di 13 chilometri di lunghezza, ubicata fra le attuali nazioni
della Turchia e dell’Armenia. Ha due cime principali: l’Ararat Maggiore a nord,
di 5.516 metri di altezza, coperto da nevi eterne, e l’Ararat Minore al sud, di
4.300 metri.
Secondo la tradizione,
la nave di Noè con il suo particolare zoo sarebbe arrivata alla prima delle
due, al lato sud ovest, che appartiene alla Turchia, e si sarebbe arenata ad un
altezza di 2.000 metri. Perciò, da molto tempo, il monte si è visto avvolto da
un alone di fascino e ha goduto di una singolare venerazione.
Alla ricerca dell’arca perduta
Già i primi cristiani
che abitavano nei dintorni eressero lì un tempio, che chiamarono il Tempio
dell’Arca, nel quale festeggiavano annualmente la data in cui erano usciti
dalla nave i suoi stupefatti passeggeri.
Ma con il passare dei
secoli, la fantasia andò stimolandosi ogni volta di più e si cominciò a covare
l’illusione di poter rinvenire il colossale bastimento che aveva portato in
salvo i padri della nuova umanità.
Il primo che disse di
averlo incontrato fu san Giacomo, monaco del VII secolo. Secondo lui, fu per
un’ispirazione divina che trovò, nel mezzo delle nevi che coprono le falde del
monte, un pezzo di legno dell’arca, che ancora è conservata dagli armeni in un
prezioso reliquiario.
Ma fu un pastore di un
piccolo paese chiamato Bayzit, ubicato ai piedi del monte, che, un certo giorno
di fine secolo XVIII, disse di aver visto una strana barca nel monte sacro.
Questo scatenò una tale febbre di spedizioni che sarebbe arrivata fino ai
giorni nostri.
Molti successi, ma senza prove
Nel 1892, il dottor Nouri, un diacono della Chiesa
cristiana malabarese dell’India, in un viaggio all’Ararat, assicurò di aver
incontrato l’arca nelle nevi perenni e di aver esplorato il suo interno.
Siccome nessuno gli credeva, volle mostrare le prove che aveva portato con sé,
ma… gliele avevano rubate!
Nel 1916, in piena guerra mondiale, un aviatore
russo chiamato Vladimir Roscovitsky fu protagonista di uno degli episodi più
eclatanti riguardo all’arca. Un caldo giorno di agosto, mentre pilotava il suo
aereo nelle vicinanze dell’Ararat, poté avvistare la gigantesca nave. Al
ritorno alla base comunicò la sua eccezionale scoperta e, immediatamente, lo
zar Nicola II inviò una spedizione di 150 uomini, che assicurarono di averla
potuta studiare, fotografare, misurare e disegnare nelle sue parti per tutto un
mese. Ma l’anno seguente, allo scoppiare della rivoluzione russa... sparirono
tutti i documenti e le prove!
Trent’anni dopo, il 20 gennaio 1945, la stampa austroliana
pubblicò le dichiarazioni della giovane Arleene Deihar, di Sidney, la quale
affermava che il suo fidanzato, anch’egli pilota della Royal Air France, le
aveva mostrato due foto dove si vedevano chiaramente i resti dell’arca di Noè,
scattate in uno dei lati del monte. Però non era più possibile vederle... lui
era stato abbattuto durante la Seconda Guerra Mondiale mentre volava sopra la
Turchia!
Ancora insuccessi
La fortuna sembrò arridere all’ingegnere George
Greene. Nel 1952, mentre sorvolava la zona in elicottero, poté distinguere la
forma di una barca affiorata dal gelo. Riuscì a scattare trenta foto che, una
volta sviluppate, mostravano una forma simile a quella di una nave incagliata
in un burrone, sopra un precipizio. Entusiasmato per la sua scoperta, cercò di
raccogliere soldi per finanziare una spedizione al fine di recuperarla, ma,
pochi anni dopo fu assassinato e, disgraziatamente... tutto quello che
possedeva si perse, fotografie comprese!
Nel 1955 il francese Fernand Navarre, accompagnato
da due guide turche, affermò di essere arrivato fino all’arca di Noè. Ma questa
volta portava con sé una prova: un pezzo di legno nero calafatato di catrame,
così come la Bibbia sostiene fosse stata confezionata la barca. Quando si
credeva di aver trovato i resti della nave, il pezzo di legno fu sottoposto
alla prova del carbonio 14 che dimostrò risalire al VI secolo... dopo Cristo!
Come si può vedere, già il fatto che ogni volta
che si sono portate alcune prove queste si siano perse o siano risultate
infondate, ha generato dei sospetti sulla serietà dei ricercatori, oltre alle
loro contrastanti attestazioni. In effetti, mentre la spedizione dello zar
russo ubicò l’arca a sud della montagna, Greene assicurò di averla fotografata
sul lato nord.
La montagna invece di una nazione
Quello che realmente squalifica tutta questa
febbrile ricerca è che le spedizioni partono da un errore di base, che durante
il corso del tempo non si è potuto correggere.
In effetti, il libro della Genesi quando
descrive la fine del diluvio, non dice che l’arca si incagliò “sul monte Ararat”,
come interpretano tutti, ma “sui monti dell'Ararat” (Gn 8,4). E per la Bibbia,
“Ararat” non è il nome di un monte, ma di una nazione, come si vede le altre
tre volte che viene menzionato (2 Re 19,37; Is 37,38; Ger 51,27). E quale
nazione corrisponde all’Ararat? L’antico Urartu, vale a dire l’attuale Armenia.
Per questo tutti i biblisti sono d'accordo che la traduzione corretta sarebbe
“sui monti dell’Armenia”.
Pertanto, ben lontana dal precisare il luogo, la
Bibbia dà una localizzazione molto vaga, che può essere in qualsiasi posto
dell’Armenia, visto che essa è tutta un vasto altopiano. E, se vogliamo pensare
solamente alla parte propriamente montuosa, ha un’estensione di più di 230
chilometri.
L’arca è esistita realmente?
Ma
la domanda che si impone davanti all’episodio della Genesi è questa: la Bibbia
vuole narrare un fatto che successe realmente o si tratta di un racconto
didattico?
Per il modo di
raccontarlo e i dettagli che propone, tutto fa supporre per la seconda ipotesi.
Vediamola.
In primo luogo Noè riceve ordini da Dio per
costruire una nave lunga 150 metri, larga 25 metri e alta 15, con tre piani di
cinque metri ciascuno di altezza. Queste misure risultano esorbitanti, visto
che sono quelle di un transatlantico moderno, mai conseguito dall’ingegneria
navale fino al secolo XIX.
Il racconto è ambientato nella preistoria, quando
ancora non si conosceva l’uso dei metalli. Come si poteva fare una nave così
grande senza strumenti metallici?
Si avrebbe avuto bisogno, inoltre, dell’aiuto di
un centinaio di persone. Come si è potuto costruirla solamente con l’apporto di
Noè, dei suoi tre figli e delle loro spose?
Riguardo agli animali
La cosa più pittoresca e difficile da ammettere è
quella in merito agli animali che Noè e i suoi dovevano introdurre nell’arca.
Come poterono riunire una coppia di tutte le specie esistenti per salvarle
dall’estinzione? Furono capaci di percorrere i cinque continenti del pianeta
per portarli fin lì, alcuni da 20.000 chilometri di distanza?
A
questo si aggiunge un’altra difficoltà: esistono sulla terra 1.700 specie di
mammiferi, 10.087 di uccelli, 987 di rettili e approssimativamente 1.200.000 di
insetti. Anzi, si calcola che in quell’epoca le specie di mammiferi erano
15.000, quelle di uccelli 25.000, quelle di rettili 6.000, quelle di anfibi
2.500 e vi erano più di 10 milioni di insetti. Ancora di più. Gli zoologi hanno
stimato che il nostro pianeta può avere tra i 5 e i 10 milioni di specie animali
ancora non identificate, sconosciute agli occhi della scienza, nei ghiacci
polari, nelle dense selve tropicali o sotto
le sabbie del deserto. Caricare l’arca con questo bagaglio sarebbe stato un
lavoro impossibile per i viaggiatori.
E come fecero otto
persone per nutrire, dar da bere, pulire e accudire una simile quantità di
bestie?
In più, come poté Noè con la sua gente creare
l’ambiente adeguato per ognuna, con le sue rispettive richieste di diete, climi
e altre necessità, quando, attualmente, gli zoologi, con tutte le tecniche
moderne, hanno problemi nel mantenere viva qualche specie in cattività?
Infine, gli ecologisti sostengono che una specie è
estinta quando possiede poche centinaia di esemplari. Per esempio, i panda si
considerano in estinzione perché ne sopravvivono solamente alcune migliaia,
numero troppo scarso per poter recuperare ancora la specie allo stato
selvaggio. Come si poté ripopolare il pianeta con solo una coppia di ognuna?
Il Diluvio
Secondo la Bibbia, piovve per 40 giorni e 40 notti
senza smettere. (Gn 7, 17). Però sappiamo che il ciclo idrologico di
evaporazione che provoca le piogge, risulta essere incapace di causare una
simile quantità d’acqua.
Allo stesso modo dice che la massa d’acqua coprì
tutto il mondo. Questo risulta essere immaginabile in un epoca in cui si
pensava che la terra fosse un disco piano di dimensioni ridotte e che la volta
che lo ricopriva, vale a dire il firmamento, permettesse di accumulare più
rapidamente le acque. Ma possiamo continuare a pensare che in 40 giorni di
pioggia si coprisse tutto il pianeta, sapendo che ha una superficie di
509.880.000 chilometri quadrati?
Si afferma anche che le
acque salirono di 7 metri sopra le montagne più alte della terra (Gn 7, 19-20).
Ebbene, il monte più alto del pianeta è l’Everest, con 8.846 metri. Pertanto,
perché le acque raggiungessero quest’altezza di quasi 9 chilometri, c’era
bisogno che tutti i mari salissero a una media di 222 metri al giorno. Ma
qualsiasi meteorologo confermerebbe il fatto che, se le nuvole attualmente nella
nostra atmosfera si precipitassero d’improvviso su tutto il mondo, il globo
resterebbe appena coperto da meno di 5 centimetri d’acqua.
Ancora riguardo all'acqua
La biostratigrafia, da parte sua, rifiuta
l’ipotesi di una morte simultanea di tutte le specie che abitavano il pianeta.
Anzi, sostiene il contrario.
L’archeologia pure nega che si siano potute
conservare senza svanire pitture primitive, come quelle di Catal Höyük, in
Turchia, che risalgono al 7.000 a.C., o quelle di Teleilat Gassul, vicino al
Mar Morto, dopo un simile diluvio.
E le piante, come si salvarono dall’acqua? Il
racconto non dice niente di ciò. E i pesci che neppure furono posti in salvo
nell’arca? Come non morirono al mischiarsi le acque dolci con quelle salate?
Solo una continua catena di miracoli avrebbe reso
possibile tutti questi avvenimenti. Cosa improbabile, perché nella Bibbia i
miracoli servono per aumentare la fede delle persone, non per sterminarle.
Perché non lo dissero prima
Questa
sequenza di obiezioni già ci mette di fronte alla risposta del problema. Non è
mai esistito alcun diluvio universale.
Neanche la Bibbia pretende presentare questo come un fatto storico. Non si può
negare l’esistenza di un diluvio o di una grande inondazione antica, ma non
avrebbe mai potuto essere universale, al punto di distruggere ogni forma di
vita, come dice la Bibbia.
Nell’ascoltare questa risposta qualcuno forse si
sentirà defraudato e penserà perché la Bibbia non avverte i suoi lettori che
non sta raccontando qualcosa sul serio, per evitare tanti fraintendimenti
posteriori. Ma la verità è che tutti i destinatari di questi racconti lo
sapevano. Lo stesso linguaggio e le immagini impiegate facevano sì che i
lettori comprendessero immediatamente che non erano di fronte a una cronaca
giornalistica, ma davanti a una narrazione didattica. Non era necessario
iniziare l’esposizione con un’avvertenza per i lettori, nello stesso modo in
cui, oggi, chi legge un romanzo di García Márquez non ha bisogno di essere
avvertito nella prima pagina: “Attenzione, non bisogna credere a quello che
dice questo libro. Si tratta solo di un’invenzione”.
Siamo noi quelli che, con la nostra mentalità
moderna, attribuiamo storicità ad alcuni racconti che mai ostentarono la
pretesa di averla.
Quello che il Diluvio insegna
Pertanto, l’autore non cercò di esporre un fatto
storico, ma un racconto didattico per insegnare un messaggio religioso. E se
tale avvenimento fosse realmente accaduto, non avrebbe alcuna importanza.
Vale a dire, l’autore ha incontrato nella
tradizione il ricordo di questa storia e lascia alla tradizione la responsabilità
della verità o meno. Egli vuole solo appropriarsene perché costituiva un
prezioso materiale adatto a trasmettere un insegnamento religioso.
Quale messaggio ci
lascia l’episodio del Diluvio universale?
In primo luogo, mostra
come questo avvenga per colpa dei peccati dell’uomo. Questi si accumulano in
tutta la terra, al punto tale che la corrompono, la pervertono e provocano la
catastrofe. E con questa si torna al caos anteriore alla creazione. Tutto
l’ordine, che Dio aveva stabilito nel creare il mondo, può essere distrutto e
azzerato per l’irresponsabilità degli uomini.
Il patriarca muto capace di istruire
Fra tutta la gente
malvagia c’è uno che è giusto: Noè. Dio, allora, prende la decisione di
distruggere gli uomini e di salvare Noè. Però prima lo mette alla prova: gli
ordina di costruire una grande imbarcazione, in pieno deserto, sulla terra
ferma, e, senza dirgli perché, ma solo perché lui glielo ordina, di restare a
lungo lì dentro e aspettare.
Immaginiamo il povero
Noè esposto agli scherzi dei suoi contemporanei, ai quali non sa dare altra
ragione che: “Me l’ha ordinato Dio. È cosa sua. Io obbedisco”.
Ci mostra la fede e la
sottomissione di un uomo incredibile, obbediente in tutto, che durante i
quattro capitoli del racconto non pronuncia mai una sola parola. Mai di nessun
personaggio biblico si è raccontato così tanto e lo si è sentito parlare così
poco.
Poi, Dio gli rivela il
suo segreto: “... farò piovere sulla terra [...] e sterminerò dalla terra ogni
essere che ho fatto” (Gn 7, 4). Il messaggio, allora, è chiarissimo anche se raccontato
con il linguaggio dell’Antico Testamento. Dio dà un ordine. Se l’uomo gli
disobbedisce, si autodistrugge. Se obbedisce, come fa Noè, si salva. In più, è
Dio che indica le misure dell’arca, il materiale che si deve impiegare e
persino la forma della costruzione. Questo significa che chi costruisce la sua
vita con le misure di Dio, sempre sopravvivrà a qualsiasi tempesta. Chi non
ascolta la sua voce, affogherà.
Capire questo è molto
più importante che sapere se ci fu o no pioggia per 40 giorni e dove fu varata
la barca. Così si dovrebbe leggere Genesi 6-9. In questo modo ci sarebbero meno
persone interessate a scalare il monte Ararat cercando l’arca e molte di più
capaci di immergersi nella parola di Dio cercando di vivere il suo messaggio.
Per
riflettere
1. Leggendo
questo tema, ci siamo sentiti disillusi o defraudati nel renderci conto che il
racconto di Noè non fu un fatto letteralmente storico? Perché?
2. Quali
vantaggi porta il sapere che si tratta di un racconto didattico e non storico?
3. Come
operiamo noi quando la parola di Dio ci chiede, come a Noè, di vivere e
comportarci in senso contrario a quello della realtà che ci circonda?
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