|
Charles Delhez
Chiamati alla fede, Vol 1°
INDICE DEL PRIMO VOLUME
Presentazione
DIO
Libero
di credere
«Sento sempre più sovente dire che Dio non esiste...».
Diversamente da quanto accade per un teorema di
geometria, non è possibile provare che Dio esiste o non esiste. Perciò è
ragionevole ammettere la sua esistenza, sempre che non si riesca a dimostrare
il contrario: quest’ammissione non urta contro la nostra intelligenza, anche se
l’argomento va al di là della nostra capacità di comprenderlo. Non di meno, ciò
che supera la ragione non la nega affatto.
Fortunatamente, nulla ci obbliga ad ammettere
l’esistenza di Dio, perché, altrimenti, l’amore – che ha la sua caratteristica
fondamentale nella libertà – non avrebbe alcun senso, e cesserebbe d’esistere.
Quando qualcuno ama lo fa attraverso l’azione: i segni
sono l’espressione tangibile dei sentimenti; ma ciò non significa che costui
pretenda una risposta dal suo interlocutore, da colui cui offre gratuitamente
il suo amore. Per suscitare amore, il segno deve rimanere discreto; se fosse
altrimenti, esso sarebbe obbligante, e l’amore cesserebbe.
Che cosa possiamo rispondere a quelli che vanno
dicendo che Dio non esiste? Potremmo discutere per ore, ma sarebbe uno sforzo
inutile. Piuttosto, il problema sta nel vivere, nel condurre un’esistenza
all’insegna della qualità: ma di una qualità talmente alta finché un giorno,
probabilmente, quelle stesse persone che oggi vanno dicendo che Dio non esiste,
ci domanderebbero: «Che cos’è che ti fa vivere in questo modo?».
Ecco! Solo allora avremmo la risposta giusta....
Accertare l’esistenza di Dio
«Recentemente ho letto che non è possibile dimostrare
l’esistenza o meno di Dio».
Non possiamo dimostrare nulla di Dio come se si
trattasse di un teorema matematico; ciò non significa che la dimostrazione
sarebbe un tentativo irrazionale: anzi, è vero il contrario. Per il credente è
più che ragionevole, e conforme all’intelligenza umana, ammettere l’esistenza
di Dio. E anche più che logico. Sarebbe infatti un vero peccato se l’infinito
di Dio si potesse ridurre alla finitezza della ragione umana.
La fede non ha nulla a che fare con la ragione, perché
la supera di molto. Se non fosse così, non potremmo credere. Infatti, che senso
avrebbe se Dio, dopo che ci ha dato l’intelligenza ci dicesse: «Sbarazzatevene,
e vivete come bestie!». Il teologo afferma che la fede è “trans-razionale”: un
termine piuttosto difficile per dire ch’essa rispetta la ragione, ma la supera,
perché va ben oltre i confini che impone la ragione stessa. Ora, la teologia
non è altro che lo sforzo della nostra ragione per comprendere meglio e di più;
ma prima o poi giunge il momento in cui la ragione deve prendere atto che Dio è
molto più grande di quello che l’intelligenza è riuscita a capire. Il mistero
non sta tanto nel mezzo impiegato per capire, quanto nel fatto che non si
smette mai di capire.
Siamo perciò invitati a fare uso della nostra
intelligenza per poterci avvicinare sempre più al mistero di Dio; ma è anche
vero che l’ultima parola, in proposito, spetta all’adorazione, che è anche
frutto dello stupore: «Signore! Sei talmente grande...!».
Il Concilio Vaticano I (1870) ha detto che «si può
conoscere Dio con una certa attendibilità mediante la luce naturale della
ragione umana, partendo dalle cose create».
Quando diciamo che non possiamo provare l’esistenza di
Dio, significa che non disponiamo di alcuna dimostrazione da imporre a qualcuno
perché costui cambi idea sull’argomento. Nessuno ci è mai riuscito!
Tuttavia, agli occhi di chi ha compiuto il passo della
fede l’ateismo appare come improbabile e contrario alle esigenze della ragione.
Le prove dell’esistenza di Dio, così come le ha esposte la filosofia, non
servono per convincere alcuno, ma soprattutto non recano contributi di rilievo
all’intelligenza.
GESÙ
Perché ha atteso?
«Perché Gesù ha atteso tutto questo tempo prima di
manifestarsi per salvare il genere umano?».
La manifestazione di Gesù duemila anni or sono non è
un ritardo che possiamo addebitare a Dio. L’essere umano non è stato creato
d’un tratto, ma in divenire. La Storia è un lungo cammino attraverso il quale
l’uomo si sottrae all’animalità per rivestirsi sempre più di umanità; una
strada nella quale egli passa dalla condizione infantile all’età adulta (vi è
già arrivato a questa età?!).
Provate ad immaginare l’Incarnazione al tempo dell’uomo
primitivo: tutto sarebbe rimasto sconosciuto. Poiché la venuta del Figlio di
Dio e il messaggio di cui egli è stato portavoce riguardano l’umanità intera,
occorreva che il genere umano fosse già come una grande famiglia, ove fossero
già presenti scambi tra popoli, relazioni umane piuttosto avviate, confronti
possibili tra culture. All’inizio dell’èra cristiana, in Palestina, ciò era già
possibile: vi era un primo abbozzo di quello che oggi conosciamo. L’umanità
incominciava a prendere coscienza della propria identità, ed era giunto il
momento di accogliere colui che era venuto «per riunire insieme i figli di Dio
che erano dispersi» (Gv 11,52). Ireneo di Lione utilizza il termine ricapitolazione.
L’umanità non poteva essere ricapitolata altrimenti al cuore di Dio; ciò
suppone il fatto ch’essa avesse rapporti internazionali, ma soprattutto una
cultura giunta ad un certo grado di maturità. Dio voleva stringere un’Alleanza
con un “interlocutore adatto, appropriato”.
Ricordiamo, infine, che la venuta del Figlio di Dio in
un certo momento della Storia non significa affatto che tutti coloro che sono
vissuti prima non hanno trovato la salvezza. Nel Credo recitiamo che Gesù è
disceso negli inferi (luogo che non è quello che noi oggi crediamo – cioè un
luogo di pena – ma ciò che in quel tempo credevano che fosse il regno dei
morti). Prima di risuscitare, egli è dunque andato alla ricerca di tutti coloro
che giacevano nell’ombra della morte per trascinarli con sé, nella sua vittoria
sulla morte.
Per noi uomini esistono un prima e un dopo;
per Dio, invece, vi è una umanità con la quale egli vuole stabilire una
Alleanza definitiva, e che per salvarla definitivamente, si fa uomo.
Le premonizioni di Gesù
«Se Gesù annunciava la fine dei tempi, conosceva il
futuro?».
Quando la mamma dice al figlio di piantarla
perché altrimenti si fa male, non afferma di conoscere il futuro, ma vede nel
presente gli elementi per scorgere l’esito del comportamento del figlio in una
determinata situazione.
Quando Gesù descrive la fine del mondo non fa altro
che metterci in guardia: esattamente come lo fa quella mamma. Le parole di Gesù
sono di speranza, perché quando quei fatti si riveleranno, bisognerà sollevare
la testa, perché la liberazione dell’umanità sarà sopraggiunta (Lc 21,,28).
A dire il vero, se ci guardiamo attorno, le catastrofi
che Gesù annunciava hanno preso consistenza. Il cristiano, però, non è colui
che si lagna, ma uno che si dà da fare, e che vede nel Signore la salvezza.
Certamente Gesù conoscere il futuro, ma sa che è nelle mani di Dio, che
l’ultima parola spetterà al Padre, e che sarà una parola d’amore. Per il resto,
Gesù – Dio diventato realmente uomo – è nelle nostre condizioni: confida in Dio
perché, quantunque suo Figlio, non conosce il momento: «Quanto poi a quel giorno
o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il
Figlio, ma solo il Padre» (Mc 13,32). Un modo di dire, questo, che non si
tratta di una “ricorrenza” come tante altre da mettere nell’agenda, ma che
soltanto Dio conosce il futuro.
Pietro e Giuda
«Che cosa ne è del libero arbitrio di Pietro e di
Giuda, se entrambi, proprio dalle stesse parole di Gesù, sono coloro che lo
tradiranno?».
Non
c’è dubbio che il loro libero arbitrio fosse totale! Non dimentichiamo però che
Gesù conosceva bene il cuore dell’uomo, e tanto più di Pietro e di Giuda. Non
aveva bisogno d’essere un grande profeta per comprendere che i sentimenti di
Giuda nei suoi confronti andavano deteriorandosi giorno dopo giorno. Gesù
sapeva benissimo della tresca tra Giuda e i Sommi Sacerdoti: avrà certamente
visto Giuda andare e venire dal gruppo dei discepoli! Quando Gesù gli svela che
sa bene che lo tradirà, è un modo per dirgli insieme tutte queste cose: «Bada
bene che non sono uno sprovveduto: so
quello che stai facendo; ma non credere che io reagirò con la forza! Di certo,
tu mi abbandoni e mi consegni ai carnefici, ma questo non mi impedirà di fare
la volontà del Padre mio: vale a dire quella di amare fino alla fine. Anche di
questo tuo tradimento il Padre farà qualcosa di santo».
Pietro, da parte sua, è un grande presuntuoso! Egli
non è nuovo a questi colpi di entusiasmo, e non è la prima volta che reagisce
tutto d’un pezzo. E Gesù, che conosce bene la sua generosità, ma anche la sua
debolezza, lo mette in guardia contro la sua facile temerarietà soltanto perché
non è ancora con le spalle al muro. Era sufficiente che il povero Pietro si
rimettesse a Gesù: «Non indurmi in tentazione», e tutto si sarebbe aggiustato.
Invece...
Ecco come possiamo intendere queste profezie di Gesù;
ma non dimentichiamo che questi testi sono stati scritti in seguito ai fatti
accaduti. In quel momento occorreva infatti che si dimostrasse che Gesù era
andato avanti per la sua strada nonostante quegli “intoppi”, piuttosto che
addossare a quei due la responsabilità di quel tragico finale. è un modo per dire che Gesù sa bene
quale strada percorrere per la salvezza dell’umanità, e ci va con assoluta
libertà, senza costrizioni o “induzioni”.
In modo paradossale, questo tipo di predizione di Gesù
evidenzia la sua profonda e inalienabile libertà.
Entra qui per acquistare il libro.
|